Vicino a Capo Mele .....
Il RAVENNA venne varato il 2 marzo del 1901 come transatlantico di collegamento fra Italia e Sud America. La compagnia armatrice era la ’’societa’ di navigazione a vapore Italia’’ sorta il 6 maggio 1899 in via Roma a Genova ad opera di alcuni importanti imprenditori tra cui Nicolo’ Oddero, Venceslao Carrara, Edoardo Canali e Luigi Accame.
Con una stazza di 4100 tonnellate era lungo 110 metri per 13 di larghezza. Per l’epoca era una nave relativamente veloce, in grado di raggiungere i 13 nodi grazie ad un motore da 4000 cavalli. Oltre agli alloggi di prima classe, per una cinquantina di ospiti, che si trovavano nella tuga centrale, vi era posto per altri 1900 passeggeri stipati in grossi cameroni.
Erano gli anni dell’emigrazione dal nostro paese verso Argentina e Uruguay e per esercitare la linea migratoria sudamericana furono progettate la TOSCANA e appunto il RAVENNA presso i cantieri Odero alla Foce.
Con un equipaggio di 70 persone parti’ per la sua prima traversata il 16 giugno 1901 da Genova alla volta di Montevideo.
Nel 1903 venne destinata alla tratta Genova-Napoli-New York lungo la quale percorse 3 viaggi, quindi a quella per il Brasile, Rio o Santos le mete finali.
Con lo scoppio della guerra di Libia, come molte altre navi, fu requisita e adibita al trasporto di materiale bellico tra Napoli e Tripoli fino al marzo 1912. Di lei si perdono le tracce fino al 1916 in cui la troviamo impiegata per il trasporto di truppe in Albania.
Scocca l’anno 1917 che risulterà fatale per il transatlantico. Il 4 aprile 1917, mentre il RAVENNA solca lo specchio di mare prospiciente Capo Mele, all’incirca a mezzo giorno, la vedetta avvista in zona isola Gallinara un sommergibile in avvicinamento.
A causa dell’esiguo armamento della nave composto da 2 cannoni 76/40 il capitano Luigi Colavolpe intuisce immediatamente il pericolo e ordina di cambiare rotta bruscamente. Il sommergibile pero’ fa in tempo a lanciare il siluro che colpisce la nave nella zona delle stive fermando i motori. Lo squarcio provocato dall’ordigno e’ tale da decretare la fine del RAVENNA che, dopo aver assunto una posizione verticale, cola definitivamente a picco su un fondale di oltre 90 metri.
La rapidità e’ tale che pochi riescono a salire sulle scialuppe mentre il grosso delle persone a bordo, oltre all’equipaggio un contingente di riservisti figli di emigrati in Argentina, e’ costretto a gettarsi in acqua. La costa dista meno di tre miglia e i pescatori locali traggono in salvo i superstiti.
Alla fine periranno 6 persone, 5 passeggeri e un marinaio.
Nel 1930 i palombari della SORIMA iniziano i lavori di recupero del carico devastando il relitto con mine elettriche e lasciando lo scheletro che nel corso dei decenni viene colonizzato dagli organismi marini donando alla nave una seconda vita e a noi un’immersione tra le piu’ belle di questo tratto di costa.
L’IMMERSIONE
Si scende lungo la cima, la corrente e’ spesso forte e ostacola non poco le operazioni, soprattutto nei primi 20 metri. A -70 il relitto compare…..e’ grande tanto da distinguerne solo una parte. Appare diviso in tre tronconi principali, la prua, il cassero centrale e la poppa.Per visitare tutto il relitto occorre parecchio tempo e la profondità e’ notevole, noi preferiamo concentrarci sui singoli tronconi in modo da limitare i consumi e contenere i tempi di fondo. La PRUA e’ ben conservata e si staglia verso l’alto imponente. E’ adagiata sul lato di prora e la fiancata di dritta e’ coperta di fantastici rami di corallo nero ANTIPHATES SUBPINNATA. Facente parte degli ottocoralli e’ una specie rara da incontrare in quanto tipica dei fondali profondi, ben oltre i 60 metri.
Il nome non deve trarre in inganno, questo gorgoniaceo ha un colore bianco candido e una struttura ramificata con innumerevoli raggi filiformi che consentono alla colonia di ondeggiare assecondando le correnti marine che in quest’area possono essere impetuose.
Circumnavighiamo la prua lungo tutto il suo perimetro, ovunque ANTHIAS e MENOLE creano figure pulsanti di vita che si muovono all’unisono al nostro arrivo.
Un cavo teso verso la poppa attrae la nostra attenzione, probabilmente e’ una lenza o una cima di qualche rete, ma con il tempo e’ difficile stabilirlo perche’ migliaia di organismi lo hanno colonizzato. Decidiamo di seguirlo, sara’ il nostro filo d’arianna.
La decisione si rivela azzeccata, infatti superiamo una zona priva di parti significanti ma molto caotica e raggiungiamo la nostra meta, il cassero.
L’azione dei Palombari della SORIMA e’ evidente, della tuga rimane lo scheletro della chiglia e parte della murate, ovunque lenze e reti rendono insidiosa la perlustrazione.
Nelle stive ci sono alcune grosse balle di lana incredibilmente ben conservate oltre ad altro materiale sparso. I primi sub che lo esplorarono anni fa trovarono pile di piatti e altre parti che vennero asportate tra cui un fanale
E’ qui che troviamo la sorpresa più grande, sulle fiancate splendide gorgonie PARAMURICEA CLAVATA hanno preso possesso delle lamiere creando uno scenario mozzafiato. Cosa ancora più stupefacente, qui i ventagli sono bicolore e dal rosso intenso si passa al giallo paglierino all’interno della stessa colonia.
Considerando l’ambiente in cui ci troviamo, povero di luce e in cui la corrente e’ praticamente costante, questo incontro era più che plausibile, tuttavia vedere questi splendidi organismi dal vivo e’ sempre una grande emozione.
Ad arricchire ancora di più questo scenario, rami di corallo nero, seppur in numero inferiore rispetto alla zona prodiera, fanno da giusto complemento a questa biocenosi che rispecchia quanto di meglio il Mediterraneo possa offrire.
Arriviamo al fumaiolo che e’ abbattuto e oltre la nave sembra di colpo interrompersi bruscamente senza che della poppa vi sia traccia. Ma anche qui una lenza insidiosa punta verso l’oscurità’ facendo presupporre che sia incagliata in una lamiera lontana. Difatti fatte alcune pinneggiate ecco la poppa, anch’essa riccamente colonizzata dalle gorgonie. In effetti tra cassero e zana poppiera non vi e’ continuità poiché le murate sono state totalmente divelte dai palombari e la chiglia, ancora intatta, e’ stata negli anni sepolta dal fango.
Una rapida occhiata conferma l’assenza dell’elica, poi occorre iniziare la risalita verso la cima che ci condurrà, dopo una lunga e scrupolosa decompressione, alla superficie.
PROF.MAX. 92 METRI
CORRENTE: MOLTO FORTE
VISIBILITA’: VARIABILE
Fonte: testi e immagini tratti da coloridelblu.com
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